per una comunicazione a ZERO STEREOTIPI
1. La donna è una persona, non un oggetto. Se stai usando donne nella tua comunicazione, chiediti se la loro immagine potrebbe indurre a pensare il contrario.
2. Non basta “coprire” le donne per essere gender friendly. Occorre prima di tutto non svilirle con atteggiamenti, parole e ogni altra forma di comunicazione che le squalifichino o ne rimandino una visione stereotipata, svilente e maschilista.
3. Il corpo delle donne, anche scoperto, non è mai volgare e non è qualcosa di cui vergognarsi o da censurare. Semmai, lo è la sua mercificazione e il modo in cui esso viene usato. Sfruttare il corpo di una donna (o peggio, di una sua parte) e usarlo come specchietto per le allodole per vendere è sempre discutibile.
4. Una comunicazione dalla parte delle donne dovrebbe proporre modelli estetici che non siano eccessivamente finti e irraggiungibili, ma che tengano conto della conformazione naturale delle donne e, ove possibile, della loro diversità. Far sentire le donne inadeguate perché non corrispondenti a un modello unico di bellezza (giovane, magra, provocante) non è esattamente un modo per stare dalla loro parte.
5. Evita gli stereotipi: la donna-oggetto sessuale è solo uno dei tanti stereotipi che creano pregiudizi. Anche la donna-mamma-chioccia-angelo del focolare o la donna in carriera fredda e scontrosa, ad esempio, lo sono. Anche per le bambine e i prodotti a loro destinati è lo stesso (la bimba che pensa alla bellezza, che è già una mammina casalinga o – cosa sempre più inquietante – che viene messa in pose ammicanti, piuttosto che il bimbo dedito all’avventura o alla guerra sono uno dei tanti esempi). Evita di usare gli stereotipi sia femminili che maschili nella tua comunicazione, a meno che l’intento di critica nei loro confronti non sia più che evidente, oppure affida questi ruoli a entrambe i sessi.
7. La sensualità e la sessualità sono cose bellissime, ma c’entrano con il prodotto e servizio che stai comunicando?
8. Ok, la sensualità c’entra con ciò che stai comunicando. Ricordati però che le donne non sono persone a disposizione di chi le guarda. Non indurre i destinatari della tua comunicazione a pensare che lo siano, dipingendole con atteggiamenti di eccessiva disponibilità sessuale.
9. Quando la comunicazione propone un’immagine d’amore (in tutte le sue forme) e le persone come soggetti e non come oggetti non significa che sia volgare. Ma se la tua comunicazione è rivolta agli adulti, assicurati che i circuiti nei quali la diffonderai non giungano agli sguardi dei più piccoli.
10. Sii coerente. Essere dalla parte delle donne vuol dire ragionare e comportarsi in termini paritari. È inutile essere gender friendly nella comunicazione se non lo si è nella vita di tutti i giorni, nel proprio lavoro e nelle proprie relazioni. Il rischio è l’ipocrisia.

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aprile 14th, 2011 at 9:31 am
Sono molto d’accordo con voi, care ragazze. Il punto fondamentale, poi, secondo, me, è che l’applicazione di questo decalogo potrebbe cambiare comportamenti e attitudini nella vita di tutti i giorni e non solo degli addetti ai lavori!
aprile 15th, 2011 at 11:42 pm
Propongo che questo decalogo venga tradotto in un manifesto, in un’assunzione di responsabilità e che entri a far parte della presentazione o delle condizioni del servizio di consulenti, agenzie e studi.
Non più e solo un consiglio dato ad altri, ma una precisa dichiarazione su cosa ogni operatore della comunicazione si impegna a fare e NON fare.
aprile 17th, 2011 at 6:27 am
Ho qualche difficoltà a capire il decalogo: a chi è diretto? Appartengo alla generazione che considerava i temi del sessismo (cioè dei pregiudizi basati sul genere biologico di una persona), un problema di prevenzione da effettuare attraverso una educazione non sessista in famiglia, a scuola e a partire da sè. Ci riunivamo, nel sessantacinque, a Roma, due ventenni e una quarantenne, per leggere e discutere insieme un saggio di Evelyne Sullerot, “Storia e sociologia del lavoro femminile”. Portavamo i primi jeans comperati di nascosto e il primo tailleur pantalone. Che cosa è successo da allora, se abbiamo bisogno di un decalogo?Chi ne ha bisogno? Insomma, a chi è diretto?